di Juliet Elizabeth Eichorn
Vicus Caprarius
Traduzione dall’originale in lingua inglese.
Indaffarati nei loro caschi protettivi, con scarponi robusti e abiti da lavoro coperti di polvere, gli archeologi potrebbero sembrare poco interessati alla moda. In realtà, quando si tratta di datare i reperti archeologici, la moda è spesso uno degli indizi più affidabili. L’analisi delle tendenze dell’abbigliamento e delle acconciature – soprattutto quelle diffuse dalla corte imperiale – consente infatti di collocare cronologicamente statue e ritratti.
Nell’area archeologica del Vicus Caprarius, un esempio significativo è offerto dalla testa femminile con lunghi capelli ondulati raccolti sulla nuca. L’acconciatura richiama da vicino quella resa celebre da Faustina Minore, moglie dell’imperatore Marco Aurelio dal 145 d.C.

A differenza della madre, che prediligeva elaborate trecce avvolte in alto a formare uno chignon piatto o conico, Faustina adottò uno stile più sobrio: capelli pettinati all’indietro, con scriminatura centrale, raccolti in uno chignon basso di trecce, le cui estremità venivano inserite al centro dello stesso.
Poiché ogni imperatrice tendeva a distinguersi dalla precedente anche attraverso l’immagine ufficiale, la testa del Vicus Caprarius può essere attribuita all’età della dinastia antonina, avviata con Antonino Pio nel 138 d.C. e conclusa con la morte di Commodo nel 192 d.C. Questo metodo di datazione diventa però meno efficace a partire dal IV secolo, quando la diffusione delle consuetudini cristiane portò le donne a coprirsi il capo anche nella sfera privata.

Un’altra scultura rinvenuta nel corso degli scavi del Vicus Caprarius raffigura un giovane uomo con una folta capigliatura riccia. Se le donne ricorrevano a parrucche e tinture, le acconciature maschili nell’antica Roma dipendevano molto spesso da fattori naturali. Non sorprende, quindi, che i ritratti ufficiali di Augusto lo mostrino eternamente giovane fino alla sua morte!
Sebbene la datazione delle acconciature maschili sia più complessa, sappiamo che gli uomini romani imitavano l’aspetto dell’imperatore, in particolare la presenza o l’assenza della barba. Come il giovane raffigurato, i volti rimasero generalmente rasati fino all’ascesa di Adriano nel 117 d.C. Sulla base degli elementi stilistici – come l’assenza di incisione della pupilla e la resa della capigliatura – la testa è attribuibile alla tarda età adrianea o alla prima fase antonina. Il volto potrebbe rappresentare una figura mitologica o idealizzata, come Alessandro Helios, Mitra, Meleagro o i Dioscuri.

Sempre nel complesso archeologico è esposta una figura femminile, priva di testa e mani. In questo caso, un elemento fondamentale per l’interpretazione è l’himation, un ampio drappo rettangolare (noto anche come pallium) utilizzato come mantello e caratteristico dell’abbigliamento formale romano. La tunica sottostante, purtroppo non conservata, avrebbe fornito indicazioni cronologiche ancora più precise, poiché soggetta a maggiori variazioni nel tempo. Tuttavia, le donne romane di rango rispettabile erano raramente rappresentate senza mantello, e l’arte antica privilegia l’abbigliamento cerimoniale. Le dimensioni del drappeggio suggeriscono una datazione alla fine del II secolo d.C.

Le pieghe del tessuto sembrano proseguire oltre le mani, un dettaglio che potrebbe alludere alla raffigurazione di una defunta. Inoltre, la coda di cavallo ancora visibile sul torso ricorda un’acconciatura indossata da Sabina, moglie di Adriano, agli inizi del II secolo. Questo elemento apparentemente anacronistico non è necessariamente contraddittorio: le acconciature considerate particolarmente eleganti, infatti, non andavano mai “fuori moda”. Inoltre, per figure come quelle di divinità o defunti, gli scultori ricorrevano spesso a un abbigliamento “atemporale” piuttosto che alle “ultime tendenza” tendenze.
In conclusione, sorge spontanea una domanda: che cosa raccontano i nostri abiti e le nostre acconciature sul XXI secolo?